Ferita
L'analisi teologica del termine biblico Ferita rivela un intreccio di significati ricco e complesso, che va dai racconti di sofferenza e di giudizio dell'Antico Testamento fino al cuore della redenzione e della guarigione nella persona e nell'opera di Gesù Cristo. Da una prospettiva evangelica protestante conservatrice, il concetto di Ferita non è semplicemente la descrizione di un danno fisico o spirituale, ma un punto cruciale per comprendere la depravazione umana, la giustizia divina e, soprattutto, la grazia salvifica manifestata nel sacrificio vicario di Cristo. Questo studio esaminerà lo sviluppo, il significato e l'applicazione di Ferita, fondandosi sull'autorità biblica e sulla teologia riformata, con particolare attenzione alla centralità di Cristo e alle dottrine della sola gratia e della sola fide.
La Bibbia, in quanto Parola ispirata di Dio, offre la lente attraverso cui comprendiamo la natura della Ferita nelle sue molteplici dimensioni. Fin dall'Eden, la caduta ha introdotto nella creazione e nell'umanità una Ferita profonda, che ha portato dolore, malattia e morte. Tuttavia il racconto biblico non si chiude con la condanna: esso indica un Guaritore e la cura definitiva che sarebbe giunta attraverso una Ferita ancora più grande, portata da un Messia sofferente. Questa analisi intende sviluppare tali temi, mostrando come la comprensione della Ferita sia essenziale per una solida teologia della salvezza e della vita cristiana.
Il rigore esegetico è fondamentale per cogliere le sfumature del termine Ferita nelle Scritture. Nell'Antico e nel Nuovo Testamento diverse parole ebraiche e greche contribuiscono alla comprensione del concetto, ciascuna aggiungendo uno strato di profondità. La teologia riformata, con la sua enfasi sulla sovranità di Dio e sulla totale depravazione dell'uomo, offre una cornice solida per interpretare l'estensione della Ferita del peccato e la sufficienza della Ferita di Cristo per la nostra redenzione. Così il termine Ferita diventa un punto di partenza per meditare sulla necessità della grazia e sulla gloria della croce.
L'importanza dello studio della Ferita va oltre l'ambito accademico e tocca direttamente la pietà, il culto e il servizio del credente. Comprendere la profondità della nostra Ferita spirituale e la grandezza della Ferita di Cristo sulla croce dovrebbe produrre umiltà, gratitudine e un ardente desiderio di vivere per la gloria di Dio. La chiesa, corpo di Cristo, è chiamata a essere un luogo di guarigione per i feriti e araldo del messaggio di speranza che scaturisce dalla Ferita redentrice del Signore Gesù. Possa questa analisi approfondita arricchire la fede e la comprensione di tutti coloro che cercano la verità nelle Scritture.
1. Etimologia e radici di Ferita nell'Antico Testamento
Nell'Antico Testamento il concetto di Ferita è espresso da varie parole ebraiche che indicano non solo il danno fisico, ma anche l'afflizione spirituale, morale e sociale. Comprendere queste radici etimologiche è decisivo per cogliere l'ampiezza del termine e il suo sviluppo teologico. Tra le parole più rilevanti troviamo peṣaʿ (פֶּצַע), che indica una contusione o un taglio ed è spesso usata per le lesioni del corpo, come in Isaia 1:6, dove la nazione d'Israele è descritta come piena di "Ferite, contusioni, piaghe aperte". Il passo illustra la condizione di Israele come un corpo malato, ferito spiritualmente e moralmente dal peccato.
Un'altra parola significativa è makkah (מַכָּה), che significa colpo, piaga o Ferita, spesso con la connotazione di un'afflizione inflitta da Dio. In Deuteronomio 28:27 e 35, makkah descrive le piaghe e le ulcere che sarebbero giunte come conseguenza della disubbidienza alla Legge di Dio, rivelando la Ferita come strumento del giudizio divino. Inoltre, ḥabburah (חַבּוּרָה) indica un livido o una lividura prodotta da percosse, ed è impiegata in modo notevole in Isaia 53:5, nella profezia messianica, dove si afferma che "per le sue Ferite (ḥabburah) noi siamo stati guariti", indicando la sofferenza sostitutiva del Servo del Signore.
Il termine daqa' (דַּקָּא), pur non essendo tradotto direttamente con Ferita, significa "schiacciare" o "stritolare" ed è usato in Isaia 53:5 ("è stato stroncato [daqa'] a causa delle nostre iniquità"), sottolineando l'intensità della sofferenza del Messia. L'uso di queste parole nell'Antico Testamento abbraccia ambiti diversi. Nei racconti vediamo Ferite causate da conflitti (come le Ferite di Saul e di Davide in battaglia), incidenti o violenza tra persone (come la Ferita mortale inflitta da Caino ad Abele in Genesi 4:8, e il vanto di Lamec in Genesi 4:23 riguardo alla propria Ferita e al proprio livido). La Legge mosaica tratta del risarcimento per le Ferite inflitte (Esodo 21:23-25) e delle norme di purità relative a piaghe e ulcere (Levitico 13-14), mostrando attenzione per l'integrità fisica e la salute della comunità.
Nei libri profetici la Ferita assume una dimensione spirituale e nazionale. I profeti descrivono spesso la nazione d'Israele come spiritualmente ferita a causa della sua idolatria e della disubbidienza al Signore. Geremia 8:21-22 piange la "Ferita" del popolo e domanda se non ci sia balsamo in Galaad per la sua guarigione. Questo linguaggio metaforico sottolinea la profondità dell'apostasia e la sofferenza che ne deriva. Tuttavia il culmine della rivelazione sulla Ferita nell'Antico Testamento è la profezia del Servo sofferente in Isaia 53, dove la Ferita è collegata direttamente all'espiazione dei peccati del popolo. Il Servo di Dio avrebbe portato Ferite e sofferenze per recare guarigione e redenzione, una rivelazione progressiva che indica il Messia venturo.
Anche la letteratura sapienziale parla della Ferita, spesso associandola alle conseguenze della stoltezza e del peccato. Proverbi 23:29 domanda: "Per chi sono gli 'ahi'? per chi gli 'ahimè'? per chi le liti? per chi i lamenti? per chi le Ferite senza ragione? per chi gli occhi rossi?" e risponde che sono per chi indugia a lungo presso il vino e va in cerca di vino drogato. Qui la Ferita è il risultato diretto di una cattiva condotta e della mancanza di sapienza. Il pensiero ebraico, dunque, intende la Ferita come segno che qualcosa è profondamente sbagliato (nel corpo, nella nazione o nell'anima) e spesso indica la necessità di un intervento divino o di un cambiamento di rotta.
2. Ferita nel Nuovo Testamento e il suo significato
Nel Nuovo Testamento la comprensione della Ferita si approfondisce e si concentra in modo drammatico sulla persona e sull'opera di Gesù Cristo. Sebbene la parola "Ferita" non ricorra sempre con la stessa frequenza o varietà dell'Antico Testamento, i concetti di sofferenza, percossa e castigo, che producono Ferite, sono assolutamente decisivi per la soteriologia cristiana. La parola greca più comune per Ferita o colpo è plēgē (πληγή), che può significare colpo, piaga o Ferita; è usata in Luca 12:48 per descrivere le percosse che riceverà il servo negligente, e ampiamente nel libro dell'Apocalisse per i flagelli divini. Un'altra parola, trauma (τραῦμα), da cui deriva il termine italiano "trauma", compare in Luca 10:34 nella parabola del buon Samaritano, dove l'uomo viene trovato "mezzo morto" con le sue Ferite, bisognoso di cure e di guarigione.
Tuttavia la parola di maggiore risonanza teologica è mōlōps (μώλωψ), che significa livido, gonfiore o lividura. Questa parola ha un'importanza capitale in 1 Pietro 2:24, dove l'apostolo Pietro cita Isaia 53:5 affermando che Gesù "ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue Ferite (mōlōps) siete stati guariti". Qui è stabilito in modo esplicito il legame diretto tra le Ferite di Cristo e la nostra salvezza e guarigione. Il significato letterale di Ferita nel Nuovo Testamento comprende le lesioni fisiche inflitte a Gesù durante la sua passione: la flagellazione (Matteo 27:26), la corona di spine (Marco 15:17), i chiodi nelle mani e nei piedi (Giovanni 20:25) e la lancia che gli trafisse il costato (Giovanni 19:34). Non sono semplici descrizioni di sofferenza: sono testimonianze visibili del sacrificio vicario di Cristo.
Nei Vangeli le Ferite di Cristo rappresentano il vertice dell'adempimento profetico dell'Antico Testamento. Il racconto della crocifissione non nasconde la brutalità delle Ferite inflitte al Salvatore. Dopo la risurrezione, le Ferite di Gesù, in particolare il segno dei chiodi e lo squarcio nel costato, servono da prova inconfutabile della sua identità e della sua risurrezione, come si vede nell'esperienza di Tommaso in Giovanni 20:25-27. Le Ferite di Cristo, dunque, non furono cancellate nella sua glorificazione, ma rimasero come testimonianze eterne della sua opera redentrice, memoriale visibile del suo amore e del suo sacrificio.
Nelle epistole l'accento è posto sulla potenza redentrice delle Ferite di Cristo. Come già detto, 1 Pietro 2:24 è uno dei passi più chiari. Paolo, nelle sue lettere, pur non usando la parola "Ferita" in modo altrettanto esplicito per descrivere l'atto della salvezza, rimanda costantemente alla croce, al corpo sacrificato di Cristo e al sangue sparso come fondamento della nostra redenzione (Romani 5:8-9; Efesini 2:16; Colossesi 1:20). La croce è il luogo in cui Cristo, nel suo corpo ferito, ha portato l'ira di Dio contro il peccato, diventando la propiziazione per i nostri peccati. Le Ferite di Cristo sono, teologicamente, la manifestazione fisica del giudizio divino che egli ha sopportato al nostro posto.
Anche la letteratura giovannea, in particolare il libro dell'Apocalisse, si riferisce alle Ferite di Cristo in modo simbolico e glorioso. Gesù è descritto come "un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato" (Apocalisse 5:6), con i segni della passione ancora visibili, ma ora nella gloria. Questa immagine rafforza l'idea che le sue Ferite siano eterne, non come ricordo del dolore, ma come simbolo della sua vittoria sul peccato e sulla morte. Tra Antico e Nuovo Testamento c'è una chiara continuità riguardo alla Ferita. L'Antico Testamento stabilisce il problema della Ferita del peccato e profetizza un Redentore che sarebbe stato ferito. Il Nuovo Testamento rivela la discontinuità nel senso che la Ferita di Cristo non è soltanto una manifestazione della sofferenza umana, ma l'unica Ferita capace di guarire la Ferita universale del peccato, trasformando la maledizione in benedizione e la sofferenza in salvezza.
3. Ferita nella teologia paolina: il fondamento della salvezza
La teologia paolina, pur non usando la parola "Ferita" come termine tecnico centrale per la salvezza, fonda tutta la sua dottrina soteriologica sulla realtà della sofferenza e della morte di Gesù Cristo, che implicarono necessariamente Ferite fisiche e spirituali. Per Paolo la croce di Cristo è il punto focale della storia della redenzione, e in essa le Ferite di Cristo sono il mezzo con cui la giustizia di Dio è stata soddisfatta e la salvezza è stata compiuta per l'umanità. Le epistole paoline, in particolare Romani, Galati ed Efesini, spiegano nei particolari come il corpo ferito di Cristo sulla croce costituisca il fondamento della nostra giustificazione, redenzione e riconciliazione con Dio.
Nell'ordo salutis (ordine della salvezza), l'opera di Cristo sulla croce, con le sue Ferite e lo spargimento del suo sangue, è l'evento oggettivo che rende possibile la salvezza. Paolo spiega in Romani 3:25 che Dio "lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue", il che implica il sacrificio e la morte violenta che produsse Ferite. Propiziazione significa soddisfazione dell'ira di Dio contro il peccato, e questa soddisfazione è stata ottenuta mediante il corpo ferito di Cristo. In Romani 5:8-9 Paolo afferma che "mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" e che "tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira". Il "sangue" è qui una metonimia per la morte sacrificale di Cristo, che comportò le Ferite della crocifissione.
La dottrina della giustificazione, centrale in Paolo, è inseparabile dall'opera di Cristo sulla croce. Siamo giustificati per fede, non per le opere della Legge (Romani 3:28; Galati 2:16). Questa giustificazione è un atto forense di Dio che ci dichiara giusti sulla base della perfetta giustizia di Cristo, a noi imputata, e del pagamento per i nostri peccati compiuto mediante le sue Ferite. La nostra Ferita del peccato, che ci rendeva colpevoli davanti a un Dio santo, è stata coperta dalla Ferita sacrificale di Cristo. Calvino, nella sua teologia, sottolineò la necessità della soddisfazione vicaria di Cristo, nella quale egli portò la punizione a noi dovuta, comprese le Ferite fisiche e la sofferenza spirituale della separazione da Dio.
Anche la redenzione è un tema di rilievo nella teologia paolina, intimamente legato alle Ferite di Cristo. Siamo stati comprati a caro prezzo (1 Corinzi 6:20; 7:23), e quel prezzo è stato il sangue di Cristo, sparso nella sua morte in croce. Le Ferite di Cristo sono la prova tangibile di quel prezzo pagato. Non siamo redenti per merito umano né per le opere della Legge, ma per l'opera completa e sufficiente di Cristo. La riconciliazione con Dio, del quale eravamo nemici a causa dei nostri peccati, è compiuta mediante la morte di Cristo (Romani 5:10; 2 Corinzi 5:18-19). Il corpo ferito del Signore Gesù sulla croce ha tolto l'inimicizia e ha ristabilito la comunione.
In Colossesi 1:21-22 Paolo scrive: "E voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie, ora Dio vi ha riconciliati nel corpo della carne di lui, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili". L'espressione "nel corpo della carne di lui, per mezzo della sua morte" rimanda direttamente alla sofferenza fisica e alle Ferite di Cristo. La santificazione, il processo con cui veniamo resi conformi all'immagine di Cristo, e la glorificazione, compimento finale della salvezza, hanno anch'esse la loro radice nell'unione con Cristo nella sua morte e risurrezione. Paolo insegna che siamo stati battezzati nella morte di Cristo (Romani 6:3-5), morendo al peccato con lui e risorgendo a vita nuova. Quella morte comportò le sue Ferite, e la nostra identificazione con lui significa che la nostra vecchia natura, segnata dalla Ferita del peccato, è stata crocifissa con lui.
La teologia paolina contrappone ripetutamente la salvezza mediante la Ferita di Cristo all'inutilità delle opere della Legge e del merito umano. Nessuno sforzo umano può guarire la Ferita profonda del peccato originale e della totale depravazione. Solo l'opera perfetta e completa di Cristo, manifestata nelle sue Ferite e nella sua morte, può compiere la salvezza. Lutero, proclamando la sola fide, sottolineò che la fede salvifica poggia unicamente sui meriti di Cristo, su ciò che egli ha fatto per noi sulla croce, portando il castigo e le Ferite che spettavano a noi. Perciò, anche se il termine "Ferita" non appartiene al vocabolario principale di Paolo, la realtà che esso indica (la sofferenza sacrificale di Cristo) è il fondamento stesso della salvezza che egli predicava con tanto fervore.
4. Aspetti e tipi di Ferita
Il concetto di Ferita nella teologia evangelica non si limita a una sola manifestazione, ma comprende aspetti diversi che rivelano la complessità della sofferenza e della redenzione. Possiamo distinguere tra Ferite fisiche, spirituali, emotive e perfino ecclesiali, ciascuna con le sue implicazioni teologiche. Le Ferite fisiche sono le più letterali, e ne sono esempio le ferite di Cristo sulla croce, vertice della sofferenza redentrice. Esse però si manifestano anche nelle malattie, negli incidenti e nelle persecuzioni che i credenti possono subire, come Paolo ricorda in 2 Corinzi 11:23-27, dove elenca le proprie Ferite e sofferenze fisiche per amore del vangelo.
La Ferita spirituale è la più profonda e universale, e si riferisce alla totale depravazione dell'umanità derivante dal peccato originale (Romani 3:23). Questa Ferita ci separa da Dio e ci rende spiritualmente morti (Efesini 2:1). È una Ferita che nessuna opera umana può guarire e che richiede l'intervento sovrano e misericordioso di Dio per mezzo di Cristo. La teologia riformata sottolinea l'estensione di questa Ferita, sostenendo che il peccato ha colpito ogni aspetto dell'essere umano (mente, volontà ed emozioni), rendendolo incapace di cercare Dio da sé. È questa la Ferita che le Ferite di Cristo sono venute a guarire.
Le Ferite emotive e psicologiche, pur non essendo descritte esplicitamente nella Bibbia con il termine "Ferita", sono riconosciute come parte della sofferenza umana in un mondo decaduto. Traumi, lutti, depressione e ansia sono realtà che affliggono i credenti, e la fede cristiana offre conforto e speranza in Cristo, che "conosce il dolore" (Isaia 53:3). L'opera dello Spirito Santo è essenziale per la guarigione di queste Ferite, perché rende il credente capace di trovare pace e ristoro in Dio (Filippesi 4:6-7). Infine vi sono le Ferite ecclesiali, cioè divisioni, eresie, scandali e conflitti che affliggono il corpo di Cristo (1 Corinzi 1:10-13). Queste Ferite compromettono la testimonianza della chiesa e richiedono ravvedimento, perdono e riconciliazione.
Tra le distinzioni teologiche rilevanti c'è quella tra la Ferita del peccato originale e la Ferita di Cristo. La prima è la nostra condizione di rottura e di separazione da Dio; la seconda è la soluzione divina a quella rottura. La teologia riformata, sulla scia di Agostino e di Calvino, sostiene la dottrina del peccato originale, sottolineando che tutti nascono con una profonda Ferita spirituale che li rende colpevoli e incapaci di piacere a Dio. Le Ferite di Cristo, invece, sono uniche nel loro carattere redentore ed espiatorio. Non sono il risultato di un suo peccato, ma furono portate vicariamente per la nostra salvezza. Spurgeon predicava spesso sulla profondità della Ferita del peccato e sulla sufficienza della Ferita di Cristo, esortando i peccatori a guardare al Salvatore crocifisso.
La storia della teologia riformata, a partire dai Riformatori, ha costantemente affermato l'assoluta necessità dell'opera di Cristo sulla croce per la guarigione della Ferita del peccato. Lutero, nella sua teologia della croce, sottolineò che la vera teologia non si impara nella gloria, ma nell'umiliazione e nella sofferenza di Cristo. Tra gli errori dottrinali da evitare vi sono il pelagianesimo e il semipelagianesimo, che minimizzano la profondità della Ferita del peccato originale, suggerendo che l'essere umano abbia la capacità innata di dare inizio alla propria salvezza. Questa visione sottovaluta la necessità e l'efficacia delle Ferite di Cristo.
Un altro errore è l'antinomismo, che da un lato può distorcere la grazia, portando all'idea che le Ferite di Cristo ci liberino da ogni obbligo morale; dall'altro lato c'è il legalismo, che cerca di aggiungere le opere umane alla sufficienza delle Ferite di Cristo per la salvezza. Entrambi si allontanano dall'equilibrio biblico. La teologia riformata, con la sua enfasi sulla sovranità di Dio e sulla grazia irresistibile, protegge da questi estremi, affermando che la Ferita del peccato è così profonda che solo la Ferita di un Salvatore divino e umano può offrire una guarigione completa ed eterna. La guarigione recata dalle Ferite di Cristo è totale: perdono del peccato, rigenerazione del cuore e promessa di un corpo glorificato.
5. Ferita e la vita pratica del credente
La comprensione teologica della Ferita oltrepassa l'ambito dottrinale e permea la vita pratica del credente, plasmandone la pietà, il culto e il servizio. Riconoscere la profondità della nostra Ferita spirituale, causata dal peccato, e la grandezza delle Ferite di Cristo sulla croce dovrebbe produrre profonda umiltà e incessante gratitudine. In Efesini 2:8-9 Paolo ci ricorda: "Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti". Questa verità esclude ogni autogiustificazione e ci conduce a una dipendenza completa dal sacrificio ferito di Cristo.
La fede nell'efficacia delle Ferite di Cristo non annulla la responsabilità personale, ma la fonda. Salvati per grazia, siamo chiamati all'ubbidienza e alla santificazione (Romani 6:1-2). La vita cristiana è un processo di conformazione all'immagine di Cristo, nel quale cerchiamo di non infliggere, con il peccato, nuove Ferite a noi stessi e agli altri. L'apostolo Paolo esorta i credenti: "Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente" (Romani 12:2). Ciò implica una vigilanza costante contro le tentazioni che potrebbero spingerci a peccare e a ferirci di nuovo, ferendo anche il corpo di Cristo.
La pietà del credente è profondamente plasmata dalla meditazione sulle Ferite di Cristo. La preghiera, la lettura della Parola e la comunione con Dio si arricchiscono quando ricordiamo il prezzo pagato per la nostra redenzione. Come diceva il dottor Martyn Lloyd-Jones, la vera pietà non è una ricerca di sensazioni, ma l'applicazione della verità del vangelo al cuore e alla mente. Il culto cristiano, a sua volta, deve essere centrato su Cristo e glorificare colui che, mediante le sue Ferite, ci ha dato la vita. Inni, canti e sermoni devono indicare la croce e la tomba vuota, celebrando la vittoria che scaturisce dalla sofferenza del Salvatore.
Nel servizio il credente è chiamato a essere strumento di guarigione in un mondo ferito. Come il buon Samaritano si prese cura dell'uomo ferito (Luca 10:33-35), così i cristiani sono chiamati a servire i feriti nel corpo, nello spirito e nelle emozioni. Ciò si manifesta in opere di carità, compassione, evangelizzazione e discepolato. La chiesa, corpo di Cristo, è un "ospedale per peccatori", un luogo dove i feriti trovano conforto, guarigione e speranza nelle Ferite del grande Medico. Il Grande Mandato (Matteo 28:19-20) è una chiamata a portare il messaggio di guarigione e di salvezza a tutte le nazioni, proclamando che per le Ferite di Gesù c'è perdono e vita nuova.
Le implicazioni per la chiesa contemporanea sono profonde. In un mondo segnato da dolore, traumi e divisioni, la chiesa ha il privilegio e la responsabilità di essere un faro di speranza. Dobbiamo essere una comunità che non nasconde le proprie Ferite, ma trova guarigione in Cristo e a sua volta serve gli altri. La predicazione deve restare fedele alla dottrina dell'espiazione vicaria, sottolineando che l'unica soluzione alla Ferita del peccato dell'umanità si trova nelle Ferite di Gesù. I conduttori devono pascere il gregge con tenerezza, ricordando di essere essi stessi peccatori perdonati e guariti.
Le esortazioni pastorali fondate sul termine Ferita sono molteplici. In primo luogo, non dobbiamo mai minimizzare la profondità della nostra Ferita del peccato, per non sminuire la gloria della guarigione che ci è stata donata. In secondo luogo, dobbiamo guardare sempre alle Ferite di Cristo come alla fonte della nostra salvezza, della nostra pace e della nostra speranza. In terzo luogo, siamo chiamati a sopportare con pazienza le Ferite e le sofferenze della vita, sapendo che in Cristo esse possono servire alla nostra santificazione e alla gloria di Dio (Romani 8:28). In quarto luogo, dobbiamo stare attenti a non infliggere Ferite inutili ai nostri fratelli e sorelle nella fede, ma a ricercare l'unità e l'amore (Efesini 4:32).
L'equilibrio tra dottrina e pratica è essenziale. La dottrina delle Ferite di Cristo è il fondamento incrollabile della nostra fede, ma deve condurre a una vita trasformata. Non siamo salvati per mezzo delle opere, ma per le opere (Efesini 2:10). La contemplazione delle Ferite del Salvatore dovrebbe spingerci a vivere una vita di gratitudine, servizio e amore, che rifletta la grazia ricevuta. Possa ogni credente, per fede, contemplare le Ferite di Gesù, trovare guarigione per la propria anima e vivere in modo degno della vocazione ricevuta, alla gloria di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.