Anima

L'anima è una delle parole più note del vocabolario cristiano e una delle più facili da fraintendere. Molti la immaginano come una parte invisibile e spettrale di noi, rinchiusa nel corpo. Il ritratto biblico è più ricco. Nella Scrittura l'anima è prima di tutto l'io vivente: la persona che respira, desidera, ama, soffre e loda. “Benedici, anima mia, il SIGNORE; e tutto quello che è in me, benedica il suo santo nome” (Salmo 103:1).

Allo stesso tempo la Bibbia insegna che l'essere umano è più di un corpo che si trova a essere vivo. Gesù mise in guardia dal temere quelli che “uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima” (Matteo 10:28), e il Nuovo Testamento parla di credenti che, dopo la morte, “abitano con il Signore” in attesa della risurrezione (2 Corinzi 5:8).

Questa voce esamina la parola ebraica e quella greca, i passi principali, la questione della vita dopo la morte e il dibattito classico fra cristiani sul fatto che l'essere umano abbia due o tre parti, cercando di mantenere l'equilibrio della Scrittura stessa.

1. Etimologia e significato

La parola ebraica è nephesh (נֶפֶשׁ), usata più di 750 volte nell'Antico Testamento. Il suo senso più concreto è “gola” o “collo”, il luogo del respiro e della deglutizione: “le acque mi sono penetrate fino all'anima” (Salmo 69:1), cioè fino al collo; e il soggiorno dei morti “ha allargato la sua gola” (Isaia 5:14). Da lì passò a indicare il respiro e la vita, l'essere vivente nel suo insieme, l'io (spesso reso meglio con “io” o “me stesso”) e anche il desiderio o l'appetito. Si usa per gli animali come per le persone: gli esseri del mare e della terra sono “esseri viventi” (nephesh chayyah, Genesi 1:20-24), e “la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17:11).

La parola greca è psyche (ψυχή), che parte anch'essa dall'idea di soffio e arriva a indicare la vita, l'anima e l'io. Compare circa cento volte nel Nuovo Testamento, e le traduzioni la rendono ora con “anima”, ora con “vita” (Matteo 16:25-26). Vicino a queste parole ci sono ruach / pneuma, “spirito”, e lev / kardia, “cuore”. La Bibbia non le usa come vocabolario tecnico di anatomia, ma come modi che si sovrappongono per descrivere la vita interiore della persona davanti a Dio.

2. Contesto storico e uso biblico

La visione ebraica della persona

Israele non pensava al corpo come a una prigione né come a qualcosa di inferiore. L'uomo è polvere della terra animata dal soffio di Dio, e Dio chiamò la sua creazione “molto buona” (Genesi 1:31). L'anima ha sete, ha fame, si stanca, si rallegra e attende; è sempre in vista la persona intera. Per questo l'Antico Testamento può dire che una nephesh mangia, viene comprata, pecca o muore (Ezechiele 18:4).

Il contrasto con la filosofia greca

Nel mondo greco, soprattutto nella tradizione di Platone, l'anima era spesso considerata immortale per natura e il corpo una tomba da cui il saggio desidera fuggire. La Bibbia è diversa. La sua speranza finale non è la fuga dell'anima dalla materia, ma la risurrezione del corpo e una nuova creazione (Giovanni 5:28-29; 1 Corinzi 15:42-44; Apocalisse 21:1-4). Eppure la Scrittura non riduce la persona al corpo. Parla dell'anima di Rachele che se ne andava mentre moriva (Genesi 35:18), della vita del bambino che tornò in lui alla preghiera di Elia (1 Re 17:21-22), dello spirito che torna a Dio che l'ha dato (Ecclesiaste 12:7) e delle anime dei martiri che gridano sotto l'altare (Apocalisse 6:9-10).

3. Passi principali

Genesi 2:7. Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale “e l'uomo divenne un'anima vivente” (nephesh chayyah). L'uomo non riceve soltanto un'anima; diventa un'anima vivente. La stessa espressione si usa per gli animali; ciò che distingue l'uomo, dunque, non è la parola nephesh, ma la sua creazione a immagine di Dio (Genesi 1:26-27) e il soffio diretto e personale del Creatore.

Deuteronomio 6:5. “Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze.” I tre termini non sono tre compartimenti, ma un modo di dire: con tutto ciò che sei. Gesù lo chiamò il grande e il primo comandamento, aggiungendo “con tutta la tua mente” (Matteo 22:37).

Salmo 42. “Come la cerva desidera i corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio” (Salmo 42:1 secondo la numerazione più diffusa; 42:2 nelle edizioni che contano il titolo). Il salmista arriva a parlare alla propria anima: “Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me? Spera in Dio” (42:5, 11, ossia 42:6, 12 in quelle edizioni). L'anima è l'io nel suo desiderio e nella sua tristezza, e la fede può predicarle.

Salmo 103:1-2. “Benedici, anima mia, il SIGNORE, e non dimenticare nessuno dei suoi benefici.” Ancora una volta il credente si rivolge al proprio intimo e lo chiama all'adorazione.

Matteo 10:28. “E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima; temete piuttosto colui che può far perire l'anima e il corpo nella geenna.” La violenza umana raggiunge solo il corpo; soltanto Dio ha autorità sulla persona intera.

Matteo 16:26. “Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l'anima sua?” Al versetto 25 la stessa parola è tradotta “vita”. Gesù parla della perdita dell'io, dell'intera esistenza davanti a Dio, che nulla al mondo può riscattare.

1 Tessalonicesi 5:23. Paolo prega che “l'intero essere vostro, lo spirito, l'anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”. L'accento cade sulla totalità: l'opera santificante di Dio raggiunge ogni dimensione della persona.

Ebrei 4:12. La parola di Dio è “più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore”. L'immagine sottolinea che nulla in noi è nascosto alla parola di Dio.

Vale la pena notare che Gesù stesso aveva una vera anima umana: “L'anima mia è oppressa da tristezza mortale” (Matteo 26:38; vedi Giovanni 12:27). Il Servo del SIGNORE “ha dato se stesso alla morte” (Isaia 53:12), letteralmente “ha versato la sua anima”.

4. Significato teologico

La persona intera

La prima lezione è l'unità. Dio ci ha fatti anime incarnate, o corpi animati, e salva la persona intera. Il disprezzo del corpo è estraneo alla Scrittura, come pure l'idea che a Dio importi soltanto la parte “spirituale” di noi.

Vita dopo la morte e immortalità

Soltanto Dio “possiede l'immortalità” in se stesso (1 Timoteo 6:16); ogni esistenza umana che continua dipende da lui. Tuttavia la Scrittura insegna che il credente, alla morte, entra coscientemente alla presenza di Cristo: “oggi tu sarai con me in paradiso” (Luca 23:43); “partire e essere con Cristo, perché è molto meglio” (Filippesi 1:23). Questo stato è reale ma incompleto, perché la meta finale è la risurrezione del corpo. Confessioni protestanti storiche come la Confessione di fede di Westminster (32.1) insegnano che alla morte le anime dei giusti non muoiono né dormono, ma vanno immediatamente a Dio. Posizioni come il “sonno dell'anima” o l'annientamento degli empi sono sostenute da una minoranza di cristiani e non riflettono la lettura maggioritaria di testi come Matteo 25:46.

Due parti o tre?

La tricotomia sostiene che l'essere umano è corpo, anima e spirito, appoggiandosi su 1 Tessalonicesi 5:23, Ebrei 4:12 e sul contrasto tra l'uomo “naturale” (letteralmente “psichico”) e quello “spirituale” in 1 Corinzi 2:14-15. La dicotomia, posizione maggioritaria nella tradizione riformata e protestante in genere, sostiene che la persona è materiale (corpo) e immateriale (anima o spirito), notando che le due parole spesso si scambiano: Gesù è turbato nell'anima (Giovanni 12:27) e nello spirito (Giovanni 13:21); l'anima di Maria magnifica il Signore e il suo spirito esulta in Dio (Luca 1:46-47); il corpo senza lo spirito è morto (Giacomo 2:26). Entrambe le posizioni sono sostenute da evangelici fedeli. Concordano sull'essenziale: la persona è un'unità, ha una vita interiore che sopravvive alla morte ed è salvata per intero. Ebrei 4:12 parla della potenza penetrante della parola, non di una lezione di anatomia.

La salvezza dell'anima

Pietro parla del “fine della fede: la salvezza delle anime” (1 Pietro 1:9), cioè il riscatto della persona, che sarà completato quando Cristo risusciterà il corpo nella gloria (Filippesi 3:20-21).

5. Eredità e riferimenti canonici

Il linguaggio dell'anima attraversa tutto il canone: l'anima che pecca morirà (Ezechiele 18:4); l'anima che aspetta il Signore più che le sentinelle il mattino (Salmo 130:6); il ricco stolto a cui quella stessa notte viene ridomandata l'anima (Luca 12:20); le carnali concupiscenze che danno l'assalto all'anima (1 Pietro 2:11); l'augurio di Giovanni che all'amico vada tutto bene “come prospera l'anima tua” (3 Giovanni 2). L'invito di Cristo riassume tutto: “Venite a me... e voi troverete riposo alle anime vostre” (Matteo 11:28-29).

6. Applicazione per oggi

Primo, ama Dio con tutto il tuo essere. La fede non è un compartimento privato della vita, ma l'orientamento della persona intera. Secondo, impara dal salmista a parlare alla tua anima. Quando parla lo scoraggiamento, rispondigli con le promesse di Dio: “Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora.” Terzo, pesa le tue priorità con la domanda di Gesù: nessun successo, bene o approvazione vale la perdita della tua anima. Quarto, prenditi cura del corpo come creazione di Dio senza farne il tuo padrone, perché colui che l'ha fatto lo risusciterà. Infine, affronta la morte con speranza cristiana: per chi è in Cristo, lasciare il corpo significa abitare con il Signore, e il meglio deve ancora venire nella risurrezione.