Matteo 27 è il capitolo del processo, della crocifissione e della sepoltura di Gesù. È il punto più basso della narrazione evangelica, ma anche il luogo dove il piano di Dio si compie nel modo più paradossale. Giuda si impicca, Pilato cede alla folla, Barabba viene liberato, Gesù viene flagellato, coronato di spine e inchiodato a una croce. Il cielo si oscura, il velo del tempio si squarcia, e un centurione romano confessa: «Veramente costui era Figlio di Dio». Il capitolo termina con la sepoltura nel sepolcro nuovo di Giuseppe d’Arimatea, preparando il silenzio del sabato prima della risurrezione.
Contesto storico
Matteo scrive per una comunità giudeo-cristiana che conosce bene le Scritture e ha bisogno di comprendere come la morte di Gesù non sia un fallimento, ma il compimento profetico. Il capitolo si apre con la consegna di Gesù a Pilato, il governatore romano della Giudea (26-36 d.C.), noto per la sua crudeltà e la sua debolezza politica. Il processo notturno davanti al sinedrio (cap. 26) non aveva valore legale secondo la legge ebraica; ora Pilato cerca di liberare Gesù, ma la folla, sobillata dai capi religiosi, sceglie Barabba, un ribelle violento.
La crocifissione era la pena capitale romana più infamante, riservata a schiavi e nemici dello Stato. Il luogo del Golgota (dal greco Golgothà, «luogo del cranio») era fuori le mura di Gerusalemme. Matteo sottolinea il compimento di diverse profezie: Sal 22 (la divisione delle vesti), Sal 69:22 (l’aceto), Is 53 (il silenzio dell’Agnello). Il velo del tempio che si squarcia (v. 51) segna la fine del sistema sacrificale e l’accesso diretto a Dio. La sepoltura da parte di Giuseppe d’Arimatea, un membro del sinedrio, mostra che non tutti i capi ebrei avevano rifiutato Gesù.
Versetto per versetto
- 1:
Allo spuntare del giorno, i capi dei sacerdoti e gli anziani tengono consiglio per far morire Gesù. Il processo notturno era già stato una farsa (26:57-68); ora cercano una ratifica formale per consegnarlo a Pilato. L’urgenza tradisce la loro paura: vogliono che la condanna sia eseguita prima della festa di Pasqua.
- 3:
Giuda, vedendo che Gesù è condannato, è preso dal rimorso. Restituisce i trenta sicli d’argento ai capi dei sacerdoti e dice: «Ho peccato, consegnando sangue innocente». Il suo pentimento non è metànoia (cambiamento di mente e di vita), ma solo rimorso amaro. Non si rivolge a Dio, ma agli uomini, e la disperazione lo porta alla morte.
- 11:
Gesù sta davanti a Pilato, il rappresentante del potere imperiale. Pilato chiede: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù risponde: «Tu lo dici», un’affermazione che è insieme sì e no: è re, ma non come Pilato intende. Il silenzio di Gesù di fronte alle accuse (v. 12-14) stupisce Pilato e adempie Is 53:7: «Come un agnello muto davanti ai suoi tosatori».
- 15:
Pilato introduce la consuetudine pasquale di liberare un prigioniero. Spera che la folla scelga Gesù, ma i capi religiosi la sobillano a chiedere Barabba, un ribelle e assassino (Mc 15:7). Il contrasto è crudele: il Figlio di Dio viene scambiato per un terrorista. La folla sceglie la violenza invece della grazia.
- 24:
Pilato si lava le mani, un gesto simbolico di innocenza tratto da Dt 21:6-9. Ma l’acqua non cancella la colpa: egli ha l’autorità per fermare l’ingiustizia e non lo fa. La sua debolezza lo rende complice. La folla grida: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli», una frase tragica che la storia ha visto compiersi nella distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C.
- 27:
I soldati romani portano Gesù nel pretorio e radunano tutta la coorte (circa 200-600 uomini). Lo spogliano, gli mettono un mantello scarlatto, una corona di spine e una canna come scettro. Lo deridono come «re dei Giudei», senza sapere che stanno proclamando la verità. La corona di spine è il rovescio della corona di gloria che riceverà.
- 33:
Arrivano al Golgota, il «luogo del cranio». Gesù rifiuta il vino mescolato con fiele (un analgesico, secondo Pr 31:6-7). Sceglie di bere fino in fondo il calice della sofferenza, senza attenuanti. La crocifissione è descritta con sobrietà: Matteo non si sofferma sui dettagli macabri, ma sul significato teologico.
- 45:
Dall’ora sesta (mezzogiorno) all’ora nona (le tre del pomeriggio), le tenebre coprono tutta la terra. Non è un’eclissi (la Pasqua cadeva con luna piena), ma un segno cosmico del giudizio e dell’abbandono. Il grido di Gesù al v. 46, «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», è il versetto iniziale del Sal 22, un salmo di lamento che termina nella fiducia.
- 51:
Il velo del tempio si squarcia in due, dall’alto in basso. Questo velo separava il Santo dei Santi dal resto del tempio, simbolo della separazione tra Dio e l’uomo. Ora, per la morte di Cristo, l’accesso a Dio è aperto a tutti (Eb 10:19-20). La terra trema, le rocce si spaccano, e i sepolcri si aprono: la creazione reagisce alla morte del suo Creatore.
- 54:
Il centurione romano e i soldati, testimoni del terremoto e degli eventi, sono presi da grande timore e confessano: «Veramente costui era Figlio di Dio». È il primo pagano a riconoscere l’identità di Gesù dopo la sua morte. La croce diventa il luogo della rivelazione per chi ha occhi per vedere.
- 57:
Giuseppe d’Arimatea, un ricco membro del sinedrio e discepolo segreto di Gesù (Gv 19:38), chiede a Pilato il corpo. Lo avvolge in un lenzuolo pulito e lo depone in un sepolcro nuovo scavato nella roccia. La sepoltura onorevole di Gesù adempie Is 53:9: «Con i ricchi è stata la sua tomba». Il rotolamento della pietra e la guardia romana (v. 62-66) preparano la scena per la risurrezione.
Temi chiave
- Il re rifiutato e deriso
- Il compimento delle Scritture
- La morte vicaria del Figlio di Dio
- Il giudizio e la misericordia
- La rivelazione ai pagani
Applicazione
Il capitolo 27 di Matteo ci mette di fronte al paradosso della croce: il Re dell’universo muore come un criminale, il Giusto è condannato al posto dell’ingiusto. Non possiamo leggere queste pagine senza sentirci interpellati. Siamo nella folla che grida «Crocifiggilo!», ma siamo anche il centurione che confessa la verità. La croce non è un evento da osservare a distanza: è il luogo dove il nostro peccato viene smascherato e la nostra salvezza viene compiuta.
La risposta giusta non è il rimorso di Giuda, che porta alla disperazione, ma il pentimento che si rivolge a Dio. Il velo squarciato ci dice che non c’è più separazione: possiamo avvicinarci a Dio con fiducia. La morte di Gesù non è una sconfitta, ma la vittoria più grande: attraverso di essa, il Figlio di Dio apre la via alla vita eterna. Ogni volta che guardiamo la croce, siamo invitati a deporre le nostre corone di spine e a ricevere la sua corona di gloria.
Domande frequenti
Perché Giuda si è impiccato?
Giuda fu preso dal rimorso dopo aver visto Gesù condannato, ma il suo pentimento non era rivolto a Dio. Restituì i trenta sicli d’argento e confessò di aver tradito «sangue innocente», ma non chiese perdono. La disperazione lo portò al suicidio (Mt 27:3-5). La sua fine è un monito: il rimorso senza fede conduce alla morte, mentre il pentimento genuino conduce alla vita.
Cosa significa il grido di Gesù «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Gesù cita il Salmo 22:1, un salmo di lamento che esprime l’angoscia dell’abbandono, ma che termina nella fiducia in Dio. Sulla croce, Gesù sperimenta la separazione dal Padre a causa del peccato del mondo che porta su di sé. Non è un grido di disperazione senza speranza, ma l’espressione del peso del giudizio divino. Il Salmo 22 si conclude con la vittoria, prefigurando la risurrezione.
Perché il velo del tempio si squarciò?
Il velo del tempio separava il Santo dei Santi, dove Dio dimorava, dal resto del tempio. Solo il sommo sacerdote poteva entrarvi una volta all’anno. Quando Gesù morì, il velo si squarciò in due dall’alto in basso (Mt 27:51), simboleggiando che l’accesso a Dio è ora aperto a tutti attraverso la morte di Cristo (Eb 10:19-20). Il sistema sacrificale era compiuto.
Chi era Barabba?
Barabba era un prigioniero famoso, descritto come un ribelle e assassino (Mc 15:7; Lc 23:19). Secondo la consuetudine pasquale, Pilato offrì alla folla di liberare un prigioniero, sperando che scegliessero Gesù. Ma i capi religiosi sobillarono la folla a chiedere Barabba (Mt 27:15-21). Il contrasto è profondo: il popolo scelse un criminale violento invece del Figlio di Dio.
Cosa significa che il centurione disse «Veramente costui era Figlio di Dio»?
Il centurione romano, un pagano, fu testimone del terremoto e degli eventi soprannaturali che accompagnarono la morte di Gesù (Mt 27:54). La sua confessione è la prima dichiarazione di fede in Gesù come Figlio di Dio da parte di un non ebreo. Mostra che la croce rivela l’identità di Gesù anche a chi è al di fuori del popolo d’Israele, anticipando la missione universale della chiesa.
Perché i capi religiosi chiesero una guardia al sepolcro?
Il giorno dopo la crocifissione, i capi dei sacerdoti e i farisei si recarono da Pilato e chiesero che il sepolcro fosse sigillato e sorvegliato (Mt 27:62-66). Ricordavano che Gesù aveva detto che sarebbe risorto dopo tre giorni. Volevano impedire ai discepoli di rubare il corpo e fingere una risurrezione. Ironia della storia: le loro precauzioni resero la risurrezione ancora più inconfutabile.