Che cos'è il dono del parlare in lingue? È ancora per oggi?
Il dono del parlare in lingue è una delle realtà del Nuovo Testamento più discusse e più fraintese. La risposta più onesta alla domanda "è ancora per oggi?" è questa: cristiani seri, radicati nella Scrittura, si dividono su questo punto, e nessuna delle due posizioni principali è una posizione leggera. Quello che la Bibbia dice con chiarezza è di che tipo di dono si trattasse, a cosa servisse e quali guardrail Paolo costruì attorno al suo esercizio. Lì la Parola è precisa. La domanda sulla sua continuazione oggi richiede un po' più di lavoro.
Che cosa sono le lingue nel Nuovo Testamento
La parola greca è glóssai (glosse), che significa semplicemente "lingue" o "linguaggi". Il primo esempio del Nuovo Testamento si trova ad Atti 2, il giorno della Pentecoste: lo Spirito Santo scende sui discepoli, e questi iniziano a parlare "in altre lingue" (heteérais glóssais). I presenti, venuti da ogni angolo del mondo mediterraneo, capiscono ciascuno nella propria lingua madre (At 2:6-8). Il testo non lascia ambiguità: sono lingue umane vere e comprensibili, mai udite dai parlanti. Non è estasi indistinta, ma comunicazione riconoscibile.
A Corinto, però, il contesto è diverso. Paolo descrive un dono che, senza un interprete, rimane incomprensibile alla comunità (1 Cor 14:2, 6-9). Chi parla "in lingue" edifica se stesso, non l'assemblea, a meno che qualcuno non interpreti (1 Cor 14:4-5). Alcuni studiosi vedono qui lo stesso fenomeno di Atti, lingue umane che per caso nessuno conosce; altri leggono una realtà diversa, un linguaggio spirituale extralinguistico. Quello che è certo è che Paolo non vietava il dono, ma stabiliva ordine rigoroso: al massimo due o tre interventi per riunione, sempre con interpretazione, mai come competizione o spettacolo (1 Cor 14:27-28).
A che scopo serviva questo dono
Paolo cita il profeta Isaia per spiegare il ruolo del dono: "Le lingue straniere... sono un segno non per i credenti, ma per i non credenti" (1 Cor 14:22, che richiama Is 28:11-12). Nella storia di Israele, il suono di una lingua straniera segnalava il giudizio di Dio, un avvertimento che il popolo non aveva ascoltato i profeti. Alla Pentecoste il segno si capovolge: la barriera di Babele viene attraversata dallo Spirito, e la notizia del "Messia risorto" raggiunge ogni nazione nella sua lingua. Il dono delle lingue era dunque un segno dell'irruzione dell'era messianica, un segnale per il mondo ebraico che l'età nuova era arrivata.
Questo non esaurisce il dono, ma ne spiega il nucleo. Non è uno status symbol di maturità spirituale — Paolo lo dice esplicitamente quando ricorda ai Corinzi che anche i bambini crescono (1 Cor 14:20). Il dono appartiene all'arsenale della grazia di Dio per edificare la chiesa e raggiungere il mondo, non per decorare il curricolo spirituale di chi lo riceve.
I cessazionisti e i continuazionisti: due posizioni fedeli
Qui è dove la discussione si fa più delicata, e vale la pena farlo bene. I cessazionisti sostengono che i doni "segno" — lingue, profezia, miracoli — erano doni fondazionali, dati per autenticare gli apostoli e fondare la chiesa, e che sono cessati con la chiusura del canone del Nuovo Testamento. Il testo principale citato è 1 Cor 13:8-10, dove Paolo dice che le lingue cesseranno e la profezia sarà abolita. L'argomento è che, ora che abbiamo la Parola completa di Dio, quei segni straordinari non sono più necessari nello stesso modo. È la posizione storica di molta teologia riformata e di molti protestanti evangelici.
I continuazionisti rispondono che il Nuovo Testamento non dà mai un segnale esplicito che questi doni cesseranno prima del ritorno di Cristo. Il testo di 1 Cor 13:8-10 parla della fine ("quando verrà la perfezione"), che la maggior parte degli esegeti lega alla seconda venuta, non alla chiusura del canone. Il libro degli Atti mostra i doni che si estendono oltre gli apostoli immediati — Cornelio e la sua casa parlano in lingue (At 10:44-46), i discepoli di Efeso ricevono lo Spirito (At 19:6). E la storia della chiesa riporta fenomeni simili in ogni secolo, non solo nell'era moderna pentecostale. Questa è la posizione della tradizione pentecostale e carismatica, e di un numero crescente di evangelici riformati che si definiscono "openisti".
Nessuna delle due posizioni nega la sovranità dello Spirito o riduce la Scrittura. Entrambe cercano di essere fedeli ai testi. La differenza riguarda come leggere l'arco narrativo del Nuovo Testamento e il silenzio prescrittivo su una cessazione esplicita.
Cosa non è il dono delle lingue
Qualunque sia la posizione che si assume, ci sono cose che la Scrittura chiarisce in modo inequivocabile. Le lingue non sono la prova necessaria della salvezza o del battesimo nello Spirito, come se chi non le ha fosse di serie B. Paolo è esplicito: "Non parlano tutti in lingue, vero?" (1 Cor 12:30). La domanda retorica attende risposta negativa. I doni sono distribuiti dallo Spirito "come Egli vuole" (1 Cor 12:11), non come noi scegliamo o esigiamo.
Le lingue non sono neanche la misura della spiritualità. Paolo, che parlava in lingue più di tutti i Corinzi (1 Cor 14:18), aveva appena scritto un capitolo intero (1 Cor 13) dicendo che senza l'amore ogni dono è rumore vano. L'amore è la prova. I doni sono strumenti di servizio, non trofei di santità.
Come vivere con questa domanda
Se sei cessazionista, il tuo compito è evitare di trattare i fratelli continuazionisti come se inseguissero l'emozione piuttosto che Dio, o di chiudere la porta allo Spirito che soffia dove vuole (Gv 3:8). Se sei continuazionista, il tuo compito è non fare della lingua un segno di elezione, non disattendere le istruzioni ordinate di Paolo e non confondere il fervore emotivo con la conferma dello Spirito.
Quel che accomuna entrambe le posizioni, e che la Scrittura non lascia ambiguo, è l'obiettivo di ogni dono: la costruzione del corpo di Cristo per la gloria di Dio (1 Cor 12:7; Ef 4:12). Qualunque cosa lo Spirito faccia, lo fa per edificare, non per dividere. E il segno più eloquente della sua presenza rimane, anche per Paolo, qualcosa che non cessa mai: "chi parla in lingue si edifica" — ma chi ama edifica l'intera chiesa, e l'amore non avrà mai fine (1 Cor 13:8).
Riferimenti biblici chiave
At 2:1-11 · 1 Cor 12:4-11 · 1 Cor 12:28-30 · 1 Cor 13:8-10 · 1 Cor 14:2-5 · 1 Cor 14:27-28 · At 10:44-46 · Ef 4:11-12
Domande frequenti
Le lingue di Atti 2 e quelle di 1 Corinzi sono lo stesso dono?
Probabilmente sì, ma con differenze di contesto. Ad Atti 2 le lingue sono immediatamente comprensibili agli ascoltatori stranieri (At 2:6-8). A Corinto, Paolo descrive lingue che senza un interprete restano oscure all'assemblea (1 Cor 14:2, 27-28). Alcuni vedono due doni distinti; altri vedono lo stesso dono usato in circostanze diverse: a Gerusalemme c'erano stranieri che conoscevano quelle lingue, a Corinto no. Il Nuovo Testamento usa la stessa parola greca glóssai in entrambi i contesti, il che suggerisce continuità sostanziale.
Cosa significa 1 Corinzi 13:8-10, dove Paolo dice che le lingue cesseranno?
Paolo dice che le lingue cesseranno, la profezia sarà abolita, quando «verrà la perfezione» (1 Cor 13:10). Il dibattito riguarda quando avviene questo. I cessazionisti identificano «la perfezione» con la Scrittura completa o con la maturità della chiesa del I secolo. I continuazionisti, con la maggioranza degli esegeti storici, la collegano alla seconda venuta di Cristo, quando conosceremo come siamo conosciuti (1 Cor 13:12). In quel caso le lingue cessano alla Parusia, non nel II secolo.
Può un cristiano essere salvato senza aver mai parlato in lingue?
Assolutamente sì. Nessun testo del Nuovo Testamento fa del parlare in lingue una condizione della salvezza o della piena appartenenza allo Spirito. Paolo enumera i doni precisamente per mostrare che lo Spirito li distribuisce diversamente a ciascuno (1 Cor 12:4-11). La salvezza è per grazia mediante la fede in Cristo (Ef 2:8-9), non mediante l'esercizio di un dono specifico. Un cristiano che non ha mai parlato in lingue non ha nulla che manca alla sua comunione con Dio.
Come dovrebbe comportarsi una chiesa rispetto al dono delle lingue?
Paolo dà istruzioni pratiche che valgono per qualsiasi posizione teologica: le lingue in assemblea devono essere al massimo due o tre, a turno, e sempre con interpretazione (1 Cor 14:27-28). Se non c'è interprete, si tace o si parla sottovoce a Dio. L'obiettivo è l'edificazione dell'assemblea (1 Cor 14:26). Paolo non vieta il dono («non impedite il parlare in lingue», 1 Cor 14:39), ma mette l'ordine e la chiarezza al servizio di tutti. L'esuberanza non è il metro della presenza dello Spirito.
Come posso discernere se ciò che viene presentato come «dono delle lingue» è autentico?
Paolo fornisce criteri chiari: il dono autentico edifica (1 Cor 14:4-5), è esercitato in ordine (1 Cor 14:40), ed è accompagnato dall'interpretazione in assemblea (1 Cor 14:27-28). Giovanni aggiunge il criterio cristologico: ogni spirito che confessa Gesù Cristo venuto nella carne è da Dio (1 Gv 4:2). Dove si esalta Cristo, si edifica la chiesa e si mantiene l'ordine scritturistico, ci sono buone ragioni per un giudizio positivo. Dove il dono diventa palcoscenico o criterio di classe spirituale, Paolo stesso chiede più profezia e meno lingue.