Vino
L'analisi teologica del termine biblico Vino rivela una complessità dalle molte sfaccettature, che attraversa le Scritture come simbolo di benedizione e di gioia, ma anche di pericolo, di giudizio e, soprattutto, del Nuovo Patto in Cristo. Da una prospettiva evangelica protestante conservatrice, lo studio del Vino richiede rigore esegetico e una comprensione sistematica della sua rivelazione progressiva, nel rispetto dell'autorità biblica e della centralità di Cristo in ogni sua manifestazione. Lungi dall'essere un concetto monolitico, il Vino biblico si dispiega in significati che illuminano la nostra comprensione della provvidenza divina, della morale cristiana e dei sacramenti.
Questo studio cercherà di esplorare le radici etimologiche e storiche del Vino nell'Antico Testamento, la sua trasformazione e il suo significato nel Nuovo Testamento, le sue implicazioni nella teologia paolina della salvezza, i diversi aspetti e tipi del suo uso e, infine, le sue applicazioni pratiche per la vita del credente oggi. L'accento cadrà sull'interpretazione che mette in luce la sovranità di Dio, l'opera redentrice di Gesù Cristo e l'importanza di una vita santa guidata dallo Spirito Santo, sempre fondata sulle verità immutabili della Parola di Dio.
1. Etimologia e radici nell'Antico Testamento
Nell'Antico Testamento l'analisi del termine Vino coinvolge principalmente tre parole ebraiche distinte, ciascuna con le sue sfumature e i suoi contesti specifici. La più comune è yayin (יַיִן), che indica il succo d'uva fermentato, cioè il Vino vero e proprio. Questa parola ricorre circa 140 volte ed è usata in un'ampia gamma di contesti, dalle feste e dai banchetti ai riti religiosi, fino agli avvertimenti contro l'ubriachezza. La sua presenza è così costante da farne un elemento fondamentale del panorama culturale e religioso d'Israele.
Un'altra parola rilevante è tirosh (תִּירוֹשׁ), spesso tradotta con «mosto» o «vino nuovo». Questa parola indica in genere il succo d'uva appena vendemmiato o nelle prime fasi della fermentazione. È spesso associata alla prosperità e alla benedizione divina, come in Deuteronomio 11:14, dove Dio promette «il tuo grano, il tuo vino e il tuo olio» come ricompensa dell'ubbidienza. Il tirosh porta quindi con sé una connotazione di abbondanza e di bontà della provvidenza di Dio, segno della fertilità della terra promessa.
La terza parola è shekar (שֵׁכָר), che indica una «bevanda forte» o «bevanda inebriante». Pur potendo comprendere il Vino, si riferisce più in generale a qualsiasi bevanda alcolica fermentata, come la birra o l'idromele. La sua menzione, come in Levitico 10:9, compare di solito in contesti di divieto o di restrizione, in particolare per i sacerdoti in servizio, e sottolinea il pericolo di una coscienza alterata durante il ministero sacro. Questa distinzione lessicale è decisiva per comprendere la varietà di usi e di percezioni del Vino nel pensiero ebraico.
1.1 Contesti d'uso del vino nell'Antico Testamento
Nell'Antico Testamento il Vino compare in diverse categorie d'uso, che riflettono la sua importanza nella vita quotidiana e religiosa d'Israele. Nei racconti simboleggia tanto la benedizione quanto la maledizione. Noè, dopo il diluvio, pianta una vigna e si ubriaca, il che porta alla maledizione di Cam (Genesi 9:20-27), una delle prime testimonianze che mostrano il potenziale negativo del Vino. D'altra parte, il Vino è parte integrante della benedizione patriarcale, come nella benedizione di Isacco su Giacobbe, che comprende «abbondanza di frumento e di vino» (Genesi 27:28).
Nella Legge mosaica il Vino faceva parte delle libazioni (Numeri 15:5-10) e simboleggiava la consacrazione e la gioia davanti a Dio. Tuttavia la Legge imponeva anche delle restrizioni, come il voto di nazireato, che vietava rigorosamente il consumo di Vino e di ogni prodotto della vite (Numeri 6:3-4), a sottolineare una santità e una consacrazione particolari. Questa dualità dimostra che il Vino non era intrinsecamente malvagio, ma che il suo uso doveva essere regolato e vissuto con discernimento.
I profeti impiegano il Vino nei loro messaggi in vari modi. Spesso è simbolo di prosperità e di restaurazione messianica, come in Amos 9:13-14, che descrive l'abbondanza del Vino nelle vigne restaurate. Ma il Vino è anche una potente metafora del giudizio divino, il «calice dell'ira» di Dio che le nazioni avrebbero dovuto bere (Isaia 51:17; Geremia 25:15). L'ubriachezza, a sua volta, è spesso associata alla stoltezza e al declino morale e spirituale d'Israele (Isaia 28:1-7).
Nella letteratura sapienziale, soprattutto nei Proverbi, il Vino è un tema ricorrente di ammonimento. Proverbi 20:1 dichiara: «Il vino è schernitore, la bevanda alcolica è turbolenta; chiunque se ne lascia sopraffare non è saggio». Proverbi 23:29-35 descrive nei particolari i mali dell'ubriachezza, mettendo in guardia dalle sue conseguenze fisiche, sociali e spirituali. Ciononostante, Ecclesiaste 9:7 incoraggia a godere con moderazione del Vino come dono di Dio per la gioia della vita. Questa letteratura, dunque, non condanna il Vino in sé, ma il suo abuso e la mancanza di autocontrollo, promuovendo la saggezza nel suo uso.
1.2 Sviluppo progressivo della rivelazione riguardo al vino
Lo sviluppo progressivo della rivelazione riguardo al Vino nell'Antico Testamento mostra il passaggio da un prodotto agricolo dagli usi diversi a un simbolo carico di profonde connotazioni spirituali e morali. Considerato inizialmente parte della creazione di Dio e segno della sua provvidenza, il Vino diventa presto una prova per l'umanità. La storia di Noè costituisce un precedente circa i pericoli dell'abuso, mentre la Legge e i Profeti amplificano gli avvertimenti contro l'ubriachezza e la mancanza di autocontrollo.
Allo stesso tempo il Vino mantiene il suo ruolo di simbolo di gioia e di benedizione, specialmente nei contesti della vendemmia e della festa. Questa tensione tra benedizione e pericolo è fondamentale per comprendere il Vino. È un dono di Dio che, se usato male, può portare alla rovina. Questa comprensione prepara la rivelazione del Nuovo Testamento, dove il Vino acquista un significato ancora più profondo e sacramentale, che va oltre il suo uso semplicemente letterale e culturale.
2. Il vino nel Nuovo Testamento e il suo significato
Nel Nuovo Testamento la parola greca prevalente per Vino è oinos (οἶνος), che corrisponde direttamente all'ebraico yayin e indica il succo d'uva fermentato. Un'altra parola, gleukos (γλεῦκος), compare una sola volta, in Atti 2:13, dove alcuni beffardi accusano i discepoli di essere «pieni di vino dolce», cioè di mosto dolce e inebriante. Il senso letterale di oinos resta lo stesso dell'AT: una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione dell'uva. Il suo significato teologico, però, si approfondisce in modo straordinario e si concentra sulla persona e sull'opera di Gesù Cristo.
2.1 Uso nei Vangeli e relazione con Cristo
Nei Vangeli il Vino ha un ruolo importante in momenti decisivi della vita di Gesù. Il primo miracolo pubblico di Cristo, a Cana di Galilea (Giovanni 2:1-11), fu la trasformazione dell'acqua in Vino. Questo miracolo non fu un semplice atto di potenza, ma un segno messianico che rivelò la gloria di Gesù e simboleggiò l'abbondanza e la gioia del Nuovo Patto che egli stava inaugurando. Il «Vino buono» prodotto da Gesù, migliore del Vino servito all'inizio, indica la superiorità della grazia di Cristo sulla legge e sulle tradizioni giudaiche e segna l'inizio di un'era nuova.
Gesù usa anche l'immagine del «Vino nuovo in otri vecchi» (Matteo 9:17; Marco 2:22; Luca 5:37-38). Questa parabola illustra che gli insegnamenti e l'opera di Cristo (il Vino nuovo) sono così rivoluzionari e potenti da non poter essere contenuti nelle strutture rigide e superate del legalismo giudaico (gli otri vecchi). Il Nuovo Patto, fondato sulla grazia e sulla fede, esigeva un nuovo modo di vivere e di adorare, incompatibile con le antiche forme di religiosità basate sulle opere e su riti privi di cuore. Ciò mostra una discontinuità con il vecchio sistema.
Inoltre, Gesù fu criticato dai suoi avversari perché «mangiava e beveva» ed era «un amico dei pubblicani e dei peccatori», in contrasto con l'austerità di Giovanni il Battista (Matteo 11:19; Luca 7:34). Questa accusa, per quanto malevola, lascia intendere che Gesù partecipava a pasti in cui si beveva Vino, il che conferma l'uso culturale della bevanda e l'atteggiamento di Gesù, che si accostava alle persone nei loro contesti sociali per portare il messaggio del Regno di Dio nel cuore della vita di ogni giorno.
Il punto culminante del significato del Vino nei Vangeli, e in tutta la Scrittura, è la sua istituzione nella Cena del Signore (Matteo 26:27-29; Marco 14:23-25; Luca 22:20). Gesù prende il calice, che identifica come «il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati». In questo contesto il Vino non è solo un simbolo di gioia o di sostentamento, ma l'emblema diretto del sangue di Cristo, il sacrificio vicario che suggella il Nuovo Patto e procura il perdono dei peccati. È l'applicazione più profonda e redentiva del Vino, che ne fa un veicolo sacramentale della grazia divina.
2.2 Uso nelle Epistole e nella letteratura giovannea
Nelle Epistole i riferimenti al Vino continuano a bilanciare il suo uso culturale con gli ammonimenti morali e con la sua importanza sacramentale. Paolo, in Efesini 5:18, esorta i credenti: «Non ubriacatevi! Il vino porta alla dissolutezza. Ma siate ricolmi di Spirito». Questo passo non vieta il consumo di Vino in sé, ma condanna l'ubriachezza e la dissolutezza che essa comporta, contrapponendo la falsa gioia e la perdita di controllo prodotte dall'alcol alla vera pienezza, alla gioia e all'autocontrollo che vengono dallo Spirito Santo. È un appello alla sobrietà e a una spiritualità autentica.
Anche le epistole pastorali trattano del Vino a proposito dei requisiti per i conduttori della chiesa. In 1 Timoteo 3:3 e Tito 1:7 si prescrive che gli anziani e i vescovi non siano «dediti al vino» (paroinos), cioè non siano dipendenti né inclini all'ubriachezza. Ciò sottolinea la necessità di moderazione e autocontrollo per chi guida il gregge di Dio. Tuttavia, in 1 Timoteo 5:23, Paolo consiglia a Timoteo: «Non continuare a bere acqua soltanto, ma prendi un po' di vino a causa del tuo stomaco e delle tue frequenti indisposizioni», rivelando un uso medicinale e pratico del Vino.
La letteratura giovannea, oltre al miracolo di Cana, presenta il Vino anche nell'Apocalisse come simbolo del giudizio divino. In Apocalisse 14:10 chi adora la bestia «berrà il vino dell'ira di Dio versato puro nel calice della sua ira». E in Apocalisse 17:2 e 18:3 «Babilonia la grande» è descritta come colei che ha ubriacato gli abitanti della terra «con il vino della sua prostituzione», con riferimento alla sua corruzione morale e spirituale che inebria e inganna le nazioni. Ciò riecheggia l'uso profetico del Vino nell'Antico Testamento come emblema dell'ira divina e della depravazione umana.
2.3 Continuità e discontinuità tra AT e NT
Vi è una chiara continuità nella comprensione del Vino tra Antico e Nuovo Testamento sotto diversi aspetti. Entrambi i Testamenti lo riconoscono come dono di Dio per la gioia e la festa (Salmo 104:15; Ecclesiaste 9:7) e, al tempo stesso, mettono fortemente in guardia dall'abuso e dall'ubriachezza (Proverbi 20:1; Efesini 5:18). La sapienza di entrambi i Testamenti indica la moderazione e l'autocontrollo come virtù essenziali nell'uso del Vino. La condanna dell'ubriachezza è costante e non negoziabile.
Vi è però una discontinuità evidente e un approfondimento teologico nel Nuovo Testamento, soprattutto nella persona di Gesù Cristo. Il Vino non è più soltanto un simbolo di benedizione agricola o di giudizio profetico, ma viene elevato a simbolo sacramentale del Nuovo Patto, diventando la rappresentazione del sangue di Cristo sparso per la redenzione dell'umanità. La Cena del Signore trasforma il Vino da elemento comune in memoriale sacro che rimanda al sacrificio di Gesù e alla speranza del suo ritorno. È l'evoluzione più significativa e redentiva del significato del Vino nelle Scritture.
3. Il vino nella teologia paolina: il fondamento della salvezza
La teologia paolina, con il suo profondo accento sulla salvezza per grazia mediante la fede, non presenta il Vino come il «fondamento» della salvezza nel senso di un ordo salutis diretto, ma lo inserisce in modo molto significativo nella sua struttura dottrinale, soprattutto attraverso l'istituzione della Cena del Signore. Per Paolo il Vino è un simbolo potente che rimanda al sacrificio di Cristo, il vero fondamento della salvezza.
3.1 Il vino nella Cena del Signore e il Nuovo Patto
La trattazione più rilevante e teologicamente più ricca che Paolo dedica al Vino si trova nelle sue istruzioni sulla Cena del Signore, in 1 Corinzi 10:16 e 11:23-29. Paolo riprende le parole di Gesù e afferma che il calice di Vino rappresenta «il nuovo patto nel mio sangue» (1 Corinzi 11:25). È una verità centrale della soteriologia paolina.
Il Nuovo Patto, di cui il Vino è un simbolo tangibile, è il mezzo con cui la salvezza viene offerta e suggellata. Non si fonda sulle opere della Legge né sul merito umano, ma sul sangue sparso di Cristo, atto supremo della grazia di Dio. Come insegnava Calvino, i sacramenti sono «segni e sigilli» della grazia di Dio, visibili e tangibili, che confermano le promesse del vangelo. Il Vino della Cena del Signore funge da richiamo fisico e spirituale della giustificazione che riceviamo per fede nel sacrificio di Cristo.
Partecipare al calice, per Paolo, significa avere «comunione con il sangue di Cristo» (1 Corinzi 10:16). Questa comunione non è una transustanziazione letterale del Vino nel sangue di Cristo, dottrina respinta dai Riformatori, ma una partecipazione spirituale e reale ai benefici della morte di Cristo. È un atto di fede che unisce il credente a Cristo e alla sua opera redentrice. Così il Vino, come parte della Cena, è una testimonianza visibile della sola gratia e della sola fide.
3.2 Rapporto con la giustificazione, la santificazione e la glorificazione
La Cena del Signore, con il suo elemento del Vino, non è soltanto un memoriale del passato, ma anche una proclamazione del presente e un'anticipazione del futuro. Paolo afferma che partecipando alla Cena «voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Corinzi 11:26). Ciò collega direttamente il Vino con l'intero ordo salutis.
- Giustificazione: Il vino simboleggia il sangue che purifica dai peccati, fondamento della nostra giustificazione davanti a Dio. Ci ricorda che siamo stati dichiarati giusti non per i nostri meriti, ma per l'espiazione di Cristo.
- Santificazione: La Cena, e il Vino che ne fa parte, serve anche come mezzo di grazia per la santificazione. Una partecipazione degna richiede l'esame di sé e il ravvedimento (1 Corinzi 11:28-32) e promuove una vita di continua purificazione e ubbidienza. L'esortazione di Paolo contro l'ubriachezza in Efesini 5:18, contrapposta all'essere ricolmi di Spirito, rafforza la necessità di uno stile di vita santificato, in cui l'autocontrollo e la sobrietà sono frutti della grazia.
- Glorificazione: L'espressione «finché egli venga» (1 Corinzi 11:26) rimanda alla glorificazione futura, al compimento della salvezza. Il Vino della Cena è un anticipo del banchetto celeste, quando Cristo tornerà e i credenti godranno della pienezza della sua presenza. Così il Vino ci collega alla speranza escatologica della nostra salvezza completa.
In sintesi, nella teologia paolina il Vino, specialmente nel contesto della Cena del Signore, è un simbolo sacramentale che racchiude l'essenza della salvezza. Rimanda al sacrificio vicario di Cristo come unico fondamento della giustificazione, nutre il credente nel cammino della santificazione e serve da pegno della glorificazione futura. Non è il Vino in sé a salvare, ma ciò che rappresenta: il sangue del Nuovo Patto, sparso da un Dio pieno di grazia per peccatori indegni e ricevuto per fede.
4. Aspetti e tipi del vino
L'analisi del Vino nelle Scritture rivela che esso presenta molteplici aspetti e viene impiegato in diverse tipologie, ben oltre la sua semplice esistenza come bevanda. Comprendere queste distinzioni è decisivo per una teologia biblica equilibrata e per evitare interpretazioni errate.
4.1 Diverse manifestazioni e distinzioni teologiche
- Vino letterale e vino simbolico o metaforico: La distinzione più fondamentale è quella tra il Vino come bevanda reale e il suo uso figurato. Il Vino letterale è il prodotto della vite, consumato ai pasti, nelle feste e talvolta a scopo medicinale (1 Timoteo 5:23). Il Vino simbolico, invece, serve a rappresentare concetti astratti come la gioia (Salmo 104:15), la benedizione (Genesi 27:28), la sapienza (Proverbi 9:2,5), il giudizio (Isaia 51:17; Apocalisse 14:10) e, in modo decisivo, il sangue del Nuovo Patto (Matteo 26:28).
- Il vino come benedizione e il vino come maledizione: Il Vino è spesso presentato come dono di Dio, segno di prosperità e di gioia (Deuteronomio 11:14; Salmo 104:15). Quando se ne abusa, però, diventa un agente di vergogna, di stoltezza e di giudizio (Proverbi 20:1; Isaia 5:11). Questa dualità mette in risalto la responsabilità umana nell'uso dei doni di Dio.
- Il vino nella cultura e il vino nel culto: Sul piano culturale il Vino era parte integrante della vita sociale del mondo antico, presente nei banchetti e nelle feste. Il suo uso più sacro, però, è nel culto, precisamente nella Cena del Signore. Nel culto cristiano il Vino trascende il suo uso comune per diventare un elemento sacramentale, segno visibile della grazia invisibile di Dio e memoriale dell'opera redentrice di Cristo.
- Vino nuovo e otri vecchi: La parabola di Gesù sul Vino nuovo in otri vecchi (Luca 5:37-38) è una distinzione teologica chiave. Il Vino nuovo rappresenta la natura radicale e trasformatrice del Nuovo Patto in Cristo, che non può essere contenuto nelle forme rigide e legalistiche dell'antico giudaismo né mescolato con esse. È la distinzione tra grazia e legge, tra la libertà in Cristo e la schiavitù alle tradizioni umane.
4.2 Sviluppo nella storia della teologia riformata
La teologia riformata ha riflettuto sul significato del Vino, in particolare nel contesto della Cena del Signore. Giovanni Calvino, nella sua Istituzione della religione cristiana, sottolineò che il Vino, insieme al pane, sono «segni visibili» che «ci presentano Cristo e i suoi benefici». Calvino respinse la transustanziazione (la dottrina cattolica secondo cui il Vino diventa letteralmente il sangue di Cristo) e la consustanziazione (la dottrina luterana secondo cui Cristo è presente «con, in e sotto» il Vino). Sostenne invece una reale «presenza spirituale» di Cristo nella Cena, in cui i credenti, per fede e per la potenza dello Spirito Santo, partecipano ai benefici del corpo e del sangue di Cristo. Il Vino è uno strumento stabilito da Dio per rafforzare la fede del credente e suggellare le promesse del vangelo.
I Riformatori insistettero anche sull'importanza di una partecipazione degna alla Cena, come Paolo insegna in 1 Corinzi 11. Il Vino, dunque, serve come mezzo di esame di sé e di ravvedimento, richiamo alla santità di Dio e alla necessità di una vita pia. Si discusse anche dell'uso del Vino al di fuori della Cena: la maggior parte dei Riformatori ne permetteva un consumo moderato, condannando però con forza l'ubriachezza. Puritani come Richard Baxter e John Owen fecero eco a questa posizione, sottolineando la temperanza e la sobrietà come virtù cristiane essenziali.
4.3 Errori dottrinali da evitare
Trattando del Vino, la prospettiva evangelica protestante conservatrice deve evitare alcuni errori dottrinali comuni:
- Legalismo astensionista: Imporre l'astinenza totale dal Vino come requisito per la salvezza o per una vera pietà cristiana. La Bibbia condanna l'ubriachezza, non il consumo moderato di Vino (Efesini 5:18). Imporre una regola dove la Scrittura concede libertà è legalismo e ignora la libertà cristiana in Cristo (Colossesi 2:16-17).
- Licenziosità: Usare il Vino come pretesto per l'ubriachezza o per comportamenti sregolati. È un palese disprezzo delle esortazioni bibliche contro la dissolutezza e la mancanza di autocontrollo, che sono opere della carne (Galati 5:19-21) e non dello Spirito.
- Transustanziazione o consustanziazione: Credere che il Vino della Cena del Signore diventi letteralmente il sangue di Cristo o contenga fisicamente il corpo e il sangue di Cristo. La teologia riformata sostiene che il Vino è un simbolo e un sigillo, e che la presenza di Cristo è spirituale, non fisica, e si riceve per fede.
- Sminuire la Cena: Ridurre la Cena del Signore a un semplice memoriale privo di un profondo significato spirituale. Pur essendo un memoriale, essa è anche un mezzo di grazia con cui la fede viene nutrita e la comunione con Cristo rafforzata.
L'approccio equilibrato riconosce il Vino come dono di Dio da godere con gratitudine e moderazione, come potente simbolo sacramentale dell'opera redentrice di Cristo e come elemento il cui abuso è chiaramente condannato dalla Scrittura. La saggezza cristiana sta nel discernere l'uso appropriato in ciascun contesto.
5. Il vino e la vita pratica del credente
La comprensione teologica del Vino ha implicazioni dirette e profonde per la vita pratica del credente, plasmandone la pietà, il culto, il servizio e la responsabilità personale. La prospettiva evangelica protestante conservatrice sottolinea l'equilibrio tra la libertà cristiana e la responsabilità di vivere in modo da onorare Dio ed edificare il prossimo.
5.1 Applicazione pratica del vino nella vita cristiana
L'applicazione più significativa del Vino nella vita pratica del credente si trova nella Cena del Signore. Partecipare regolarmente e con riverenza a questo sacramento è un atto di ubbidienza a Cristo (1 Corinzi 11:24-25). Prendendo il calice, il credente è chiamato a:
- Ricordare il sacrificio di Cristo: Il Vino è un vivido memoriale del sangue di Gesù sparso per il perdono dei peccati e ribadisce la centralità della sua opera nella fede cristiana.
- Annunciare la morte del Signore: La Cena è una proclamazione pubblica della fede nella morte espiatrice di Cristo e della speranza del suo ritorno (1 Corinzi 11:26).
- Esercitare la fede e la comunione con Cristo: Per fede il credente partecipa spiritualmente ai benefici della morte di Cristo, rafforzando la sua unione con lui e con il corpo di Cristo.
- Esaminare se stessi e ravvedersi: Paolo esorta ciascuno a «esaminare se stesso» prima di partecipare (1 Corinzi 11:28), il che conduce a un ravvedimento continuo e alla ricerca della santità.
Al di fuori del contesto sacramentale, l'approccio al Vino nella vita del credente riguarda la virtù della temperanza e l'autocontrollo (Galati 5:23). Sebbene la Bibbia non vieti il consumo moderato di Vino, essa condanna con forza l'ubriachezza (Efesini 5:18). Il cristiano è chiamato a essere sobrio, vigilante e a esercitare l'autocontrollo in ogni ambito della vita. Ciò significa che, se un credente sceglie di bere Vino, deve farlo con moderazione, senza eccessi e con una coscienza pura davanti a Dio.
5.2 Implicazioni per la chiesa contemporanea ed esortazioni pastorali
Per la chiesa contemporanea, la dottrina del Vino solleva questioni importanti sul rapporto tra libertà cristiana e responsabilità sociale e individuale. Pastori e conduttori devono guidare il gregge con saggezza, insegnando la distinzione biblica tra uso e abuso del Vino. L'accento va posto sulla libertà in Cristo, che non è licenza di peccare, ma libertà di servire Dio e il prossimo con amore (Galati 5:13).
La questione dell'astinenza totale o della moderazione è un ambito in cui la chiesa deve esercitare discernimento pastorale. Pur non esigendo la Bibbia l'astinenza, molti cristiani la scelgono per motivi di coscienza personale, per riguardo alla testimonianza cristiana o per non essere occasione di caduta per altri (Romani 14:21). L'esortazione pastorale deve mirare a che ciascun credente sia «pienamente convinto nella propria mente» (Romani 14:5) e agisca con amore, senza far inciampare il proprio fratello (1 Corinzi 8:9-13).
I pastori devono esortare i credenti a:
- Dare la priorità allo Spirito sulla carne: Sottolineare che la vera gioia e la pienezza vengono dall'essere ricolmi di Spirito Santo, non da sostanze inebrianti (Efesini 5:18).
- Mantenere una buona testimonianza: La vita del credente deve essere irreprensibile, soprattutto per chi ricopre ruoli di guida (1 Timoteo 3:3; Tito 1:7).
- Praticare l'amore e il riguardo verso il prossimo: La libertà individuale non deve mai essere usata in modo da danneggiare un fratello più debole o da indurlo al peccato (Romani 14:13-23).
- Partecipare degnamente alla Cena del Signore: Insegnare l'importanza dell'esame di sé, del ravvedimento e della fede quando si prendono il Vino e il pane della Cena, come atto di adorazione e di comunione con Cristo e con la sua chiesa.
5.3 Equilibrio tra dottrina e pratica
L'equilibrio tra dottrina e pratica riguardo al Vino è fondamentale. Sul piano dottrinale la Bibbia presenta il Vino come dono di Dio, simbolo di gioia e di benedizione e, in modo ancora più significativo, emblema del sangue del Nuovo Patto in Cristo. Sul piano pratico il credente è chiamato alla temperanza, all'autocontrollo e alla responsabilità, evitando l'ubriachezza e considerando l'effetto delle proprie azioni sugli altri.
La vita cristiana non è segnata da regole legalistiche su che cosa mangiare o bere, ma da un'ubbidienza del cuore a Cristo e dal desiderio di glorificarlo in ogni cosa (1 Corinzi 10:31). La libertà in Cristo è libertà di amare, servire e vivere nella santità, riflettendo la grazia che abbiamo ricevuto. Pertanto l'analisi del Vino ci conduce a una comprensione più profonda della provvidenza di Dio, della redenzione in Cristo e della vita trasformata dallo Spirito Santo, sempre con lo sguardo rivolto alla gloria di Dio e all'edificazione della sua chiesa.