Gabriele
Gabriele è uno dei due soli angeli il cui nome compare nelle Scritture canoniche; l’altro è Michele. Appare quattro volte, sempre come messaggero mandato dalla presenza di Dio per spiegare una visione o annunciare una nascita: due volte al profeta Daniele (Daniele 8:16; 9:21) e due volte nel primo capitolo di Luca, al sacerdote Zaccaria e a Maria di Nazaret (Luca 1:19, 26).
A differenza degli altri personaggi della Bibbia, Gabriele non è un essere umano. Non ha genitori, tribù né genealogia, e la Scrittura non dice nulla della sua origine oltre alla verità generale che Dio ha creato tutte le cose, visibili e invisibili (Colossesi 1:16). Ciò che la Bibbia ci offre è la sua funzione: sta davanti a Dio ed è mandato con parole di Dio.
Molto è stato scritto su Gabriele fuori dalla Bibbia, nelle tradizioni ebraiche, cristiane e islamiche. Questo articolo si attiene a ciò che dice il testo biblico e indica come tradizione tutto ciò che va oltre.
1. Etimologia e significato del nome
Il nome ebraico è גַּבְרִיאֵל (Gavrîʼēl), reso in greco con Gabriēl (Γαβριήλ) nella Settanta e in Luca. Unisce l’elemento gever, «uomo, uomo forte», oppure il verbo gāvar, «essere forte, prevalere», a ʼēl, «Dio». Il nome si può quindi intendere come «uomo di Dio», «Dio è la mia forza» o «il forte di Dio». Gli studiosi divergono sulla sfumatura esatta, ma tutte queste letture indicano una forza che viene da Dio.
Il libro di Daniele sembra giocare su questo significato. Prima che Gabriele sia nominato, Daniele vede uno «che aveva l’aspetto di un uomo» (Daniele 8:15), con la parola gever, e più tardi lo chiama «l’uomo Gabriele» (Daniele 9:21). Questo non significa che Gabriele sia umano; descrive la forma in cui si presentò al profeta.
2. Contesto storico e narrazione biblica
2.1 Origine e natura: un angelo, non un uomo
Poiché Gabriele è un angelo, non esiste una genealogia umana da ricostruire. La Bibbia insegna che gli angeli sono creature fatte da Dio (Salmo 148:2, 5; Colossesi 1:16) e che sono «spiriti al servizio di Dio, mandati a servire a favore di quelli che devono ereditare la salvezza» (Ebrei 1:14). Gabriele si presenta con una frase: «Io sono Gabriele che sto davanti a Dio; sono stato mandato a parlarti» (Luca 1:19). La sua identità è definita dalla vicinanza a Dio e dalla missione che riceve.
Due idee diffuse meritano cautela. Anzitutto la Bibbia non chiama mai Gabriele «arcangelo». Questo titolo è dato per nome solo a Michele (Giuda 9), e l’arcangelo di 1 Tessalonicesi 4:16 non ha nome. Chiamare Gabriele arcangelo viene dalla tradizione successiva, non dal testo biblico. In secondo luogo la Bibbia non descrive Gabriele con le ali. Daniele 9:21 viene spesso tradotto «volando rapidamente», ma l’espressione ebraica è difficile, e alcune traduzioni la riferiscono alla stanchezza di Daniele. Non è una base sicura per descrivere l’aspetto di Gabriele.
2.2 Eventi principali
La visione del montone e del capro. Nel terzo anno del re Baldassar, Daniele ebbe una visione presso il fiume Ulai, vicino a Susa: un montone con due corna e un capro con un corno cospicuo (Daniele 8:1-14). Mentre cercava di capirla, uno che aveva l’aspetto di un uomo gli stette davanti, e una voce gridò: «Gabriele, spiega a costui la visione» (Daniele 8:15-16). Daniele fu spaventato e cadde con la faccia a terra; Gabriele lo toccò e lo fece stare in piedi (Daniele 8:17-18). Spiegò che il montone rappresentava i re di Media e di Persia e il capro il re di Grecia, e parlò di un re dall’aspetto feroce che sarebbe sorto e sarebbe stato spezzato «senza intervento di mano umana» (Daniele 8:20-25). Daniele ne fu così sconvolto che rimase malato per alcuni giorni (Daniele 8:27).
Le settanta settimane. Nel primo anno di Dario figlio di Assuero, Daniele comprese dal libro di Geremia che la desolazione di Gerusalemme sarebbe durata settant’anni (Daniele 9:1-2; Geremia 25:11-12; 29:10). Pregò, confessando i peccati del suo popolo e supplicando misericordia (Daniele 9:3-19). Mentre stava ancora pregando, verso l’ora dell’offerta della sera, Gabriele venne da lui (Daniele 9:20-21). Gli disse che fin dall’inizio delle sue suppliche era uscita una parola, «perché tu sei molto amato» (Daniele 9:23), e gli consegnò la profezia delle settanta settimane, che parla di un unto che sarebbe stato soppresso (Daniele 9:24-27). I dettagli di questa profezia sono tra i più discussi della Scrittura; molti interpreti conservatori ne vedono il centro adempiuto nella prima venuta di Cristo.
L’annuncio a Zaccaria. Al tempo di Erode, re della Giudea, il sacerdote Zaccaria prestava servizio nel tempio e offriva il profumo quando un angelo del Signore gli apparve alla destra dell’altare (Luca 1:5-11). Annunciò che Elisabetta avrebbe partorito un figlio, Giovanni, che sarebbe andato davanti al Signore «con lo spirito e la potenza di Elia» (Luca 1:13-17; confronta Malachia 4:5-6). Quando Zaccaria chiese un segno, l’angelo rivelò il suo nome, Gabriele, e gli disse che sarebbe rimasto muto finché le parole non si fossero adempiute (Luca 1:18-20). Quando a Giovanni fu dato il nome, Zaccaria tornò a parlare (Luca 1:63-64).
L’annuncio a Maria. Al sesto mese Gabriele fu mandato da Dio a Nazaret, da una vergine fidanzata a Giuseppe, della casa di Davide (Luca 1:26-27). La salutò come favorita da Dio e le disse di non temere (Luca 1:28-30). Avrebbe concepito e partorito un figlio, Gesù, che sarebbe stato chiamato Figlio dell’Altissimo, avrebbe ricevuto il trono di Davide suo padre e avrebbe regnato per sempre (Luca 1:31-33; confronta 2 Samuele 7:12-16). Lo Spirito Santo sarebbe venuto su di lei, e colui che sarebbe nato sarebbe stato chiamato santo, Figlio di Dio (Luca 1:35). Gabriele aggiunse il segno di Elisabetta e la certezza che nessuna parola di Dio rimane senza effetto (Luca 1:36-37). Maria rispose: «Ecco, io sono la serva del Signore» (Luca 1:38).
Altri angeli compaiono nei racconti della nascita, come l’angelo che parlò a Giuseppe in sogno (Matteo 1:20) e quello che apparve ai pastori (Luca 2:9), ma il testo non ne indica il nome. Identificarli con Gabriele è una speculazione.
3. Carattere e ruolo nella narrazione biblica
Gabriele è sempre messaggero e interprete. Non parla mai di propria autorità e non attira mai l’attenzione su di sé; spiega ciò che Dio ha mostrato e annuncia ciò che Dio farà. Perfino la sua presentazione rimanda oltre se stesso: sta davanti a Dio ed è stato mandato.
Il suo modo di agire si adatta a ogni situazione. Con Daniele, che era sopraffatto, è delicato: lo tocca, lo rialza e gli assicura che è molto amato (Daniele 8:18; 9:23). Con Zaccaria, un sacerdote che dubitò di una promessa chiara, è fermo, e il silenzio imposto è insieme disciplina e segno (Luca 1:20). Con Maria è rispettoso e rassicurante, e ripete «non temere» (Luca 1:30). In ogni caso la sua apparizione suscita timore, e questo rivela la santità di colui che lo ha mandato.
4. Significato teologico
4.1 Dio rivela e adempie la sua parola
Gabriele è presente nella storia biblica per consegnare la parola di Dio. In Daniele spiega il corso degli imperi e la venuta di un unto; in Luca annuncia l’arrivo del precursore e del Messia. La Scrittura non dice perché sia stato scelto lo stesso messaggero, ma il lettore coglie la continuità: il Dio che parlò del futuro a Daniele è il Dio che ha adempiuto le sue promesse in Gesù (Luca 1:32-33).
4.2 Gli angeli servono il Figlio
Il messaggio più grande che Gabriele abbia mai portato non parlava di lui, ma di Gesù. La lettera agli Ebrei insiste che il Figlio è di gran lunga superiore agli angeli, i quali lo adorano e servono coloro che erediteranno la salvezza (Ebrei 1:4-14). Il Nuovo Testamento mette anche in guardia contro il culto degli angeli (Colossesi 2:18; Apocalisse 19:10). Gabriele è onorato nella Scrittura come servo fedele, mai come oggetto di devozione o di preghiera.
4.3 Grazia e fede
Il saluto a Maria parla di favore, cioè di grazia data gratuitamente da Dio (Luca 1:28, 30). Il contrasto tra il dubbio di Zaccaria e la fede umile di Maria (Luca 1:18, 38, 45) mostra che le promesse di Dio chiedono fiducia, anche quando sembrano impossibili.
5. Eredità e riferimenti canonici
Gabriele è nominato soltanto in quattro versetti: Daniele 8:16, Daniele 9:21, Luca 1:19 e Luca 1:26. I passi circostanti descrivono la sua opera: Daniele 8:15-27, dove interpreta la visione del montone e del capro; Daniele 9:20-27, dove porta la profezia delle settanta settimane; Luca 1:11-20, dove annuncia a Zaccaria la nascita di Giovanni; e Luca 1:26-38, dove annuncia a Maria la nascita di Gesù. Nessun altro libro biblico lo menziona per nome.
Fuori dal canone Gabriele è diventato una figura di primo piano. Scritti ebraici come il primo libro di Enoc lo annoverano tra gli angeli principali, la tradizione cristiana lo chiama arcangelo e l’arte ha fatto dell’Annunciazione una delle sue scene più dipinte, e la tradizione islamica lo identifica con l’angelo che avrebbe portato il Corano. Queste tradizioni non fanno parte della Scrittura e non vanno proiettate sui testi biblici.
6. Applicazione per oggi
La storia di Gabriele incoraggia la preghiera. Daniele stava ancora pregando quando giunse la risposta, e Gabriele gli disse che la parola era uscita fin dall’inizio della sua supplica (Daniele 9:23). Dio ascolta le preghiere del suo popolo, anche quando la risposta prende una forma inattesa.
Ci invita anche a scegliere la risposta di Maria piuttosto che quella di Zaccaria. Entrambi ricevettero promesse che sembravano impossibili. Uno chiese una prova, l’altra si affidò alla parola di Dio: «mi sia fatto secondo la tua parola» (Luca 1:38). Lo stesso Dio continua a dirci che per lui nulla è impossibile (Luca 1:37).
Infine Gabriele è un modello di servizio gioioso. Sta alla presenza di Dio, eppure accetta con gioia di essere mandato a un profeta spaventato, a un sacerdote anziano e a una giovane donna di un villaggio sconosciuto. Tutta la sua missione indicava Gesù. Il cristiano di oggi non ha bisogno di cercare messaggi angelici; abbiamo la parola più piena pronunciata dal Figlio (Ebrei 1:1-2). La nostra vocazione somiglia alla sua: ascoltare Dio, portare fedelmente il suo messaggio e indicare agli altri Cristo.