Mesa
Mesa fu re di Moab nel IX secolo a.C., un ricco allevatore di pecore che pagava un pesante tributo ai re d'Israele finché si ribellò dopo la morte di Acab. La Bibbia narra la sua storia in 2 Re 3, che si chiude con una delle scene più sconvolgenti dell'Antico Testamento: il re assediato che offre il figlio primogenito in olocausto sulle mura della città.
Mesa è anche uno dei pochi re biblici conosciuti grazie a una propria iscrizione. La Stele di Mesa, spesso chiamata Pietra moabita, scoperta nel 1868, riporta la sua versione dello stesso conflitto con Israele e menziona Omri, il dio Chemos e perfino il nome del Dio d'Israele, YHWH. È una delle testimonianze extrabibliche più importanti sul mondo dei libri dei Re.
1. Etimologia e significato
Il nome ebraico del re è Mesa (מֵישַׁע, Meysha'), di solito collegato alla radice yasha', salvare, e inteso come salvezza o liberazione. Sulla sua stessa stele il nome è scritto mš' in moabitico, lingua molto vicina all'ebraico. Poiché il nome deriva da una radice semitica comune, il significato è abbastanza sicuro, anche se non possiamo sapere che cosa intendessero i suoi genitori. Il nome del padre sulla stele è conservato solo in parte (comincia con il nome di Chemos), perciò la sua forma esatta è incerta.
2. Contesto storico e uso biblico
Moab e Israele
Moab si trovava a est del mar Morto, sull'altopiano tra le valli dell'Arnon e dello Zered. Secondo la Genesi i Moabiti discendevano da Lot (Genesi 19:37), e il loro dio nazionale era Chemos (Numeri 21:29; 1 Re 11:7). Davide aveva reso Moab tributario (2 Samuele 8:2), e nel IX secolo i re della casa di Omri tornarono a controllare almeno una parte del territorio moabita a nord dell'Arnon.
Mesa, l'allevatore di pecore
2 Re 3:4 lo presenta in modo insolito: Mesa, re di Moab, era un allevatore di pecore e doveva dare al re d'Israele centomila agnelli e la lana di centomila montoni. La parola ebraica noqed, allevatore di pecore, è usata anche per il profeta Amos (Amos 1:1). L'enorme tributo mostra sia la ricchezza di Moab in greggi sia il peso del dominio israelita.
La ribellione e la campagna
Dopo la morte di Acab, Mesa si ribellò (2 Re 1:1; 3:5). Ieoram, figlio di Acab, radunò Israele e chiese a Giosafat, re di Giuda, di unirsi a lui, e anche il re di Edom partì con loro. Presero la lunga via del deserto di Edom per attaccare Moab da sud e, dopo sette giorni, rimasero senz'acqua (2 Re 3:6-9). Il profeta Eliseo, consultato per riguardo a Giosafat (3:14), promise che la valle asciutta si sarebbe riempita d'acqua senza vento né pioggia e che il SIGNORE avrebbe dato anche Moab nelle loro mani (3:16-18).
Al mattino l'acqua arrivò dalla direzione di Edom. Quando i Moabiti videro il sole brillarvi sopra rosso, pensarono che fosse sangue e che i re si fossero uccisi a vicenda; si precipitarono sul bottino e furono sconfitti (3:20-24). Gli alleati devastarono il paese, distrussero le città, ostruirono le sorgenti, abbatterono gli alberi buoni e coprirono i campi di pietre, finché restò soltanto Kir-Hareset, circondata dai frombolieri (3:25).
Il sacrificio sulle mura
Disperato, Mesa tentò con settecento uomini armati di spada di aprirsi un varco fino al re di Edom, ma non ci riuscì (3:26). Allora prese il figlio primogenito, che doveva regnare al suo posto, e lo offrì in olocausto sulle mura. Il testo aggiunge che vi fu grande sdegno contro Israele, e gli alleati si ritirarono e tornarono al loro paese (3:27).
La Stele di Mesa (Pietra moabita)
Nel 1868 il missionario anglicano F. A. Klein vide una pietra di basalto nero a Dhiban, la Dibon biblica, città che Mesa chiama sua. Prima che potesse essere acquistata, gli abitanti del luogo la spezzarono, ma lo studioso francese Charles Clermont-Ganneau aveva già ottenuto un calco in carta del testo. La maggior parte dei frammenti fu recuperata, e la stele ricostruita si trova oggi al Louvre. Risale a circa l'840 a.C. e contiene 34 righe in moabitico, in un'antica scrittura alfabetica simile al paleoebraico.
Mesa si presenta come re di Moab, il dibonita. Dice che Omri, re d'Israele, oppresse Moab per molti giorni perché Chemos era adirato con la sua terra, e che anche il figlio di Omri volle opprimerla, ma Mesa trionfò. Ricorda la presa di Atarot, dove avevano abitato gli uomini di Gad, la conquista di Nebo con la consacrazione dei suoi abitanti allo sterminio per il suo dio, e il saccheggio degli arredi di YHWH, la più antica menzione conosciuta del nome divino fuori dalla Bibbia. Si vanta anche delle sue costruzioni, tra cui una strada sull'Arnon.
La stele e 2 Re 3 concordano sui fatti essenziali: il dominio israelita su Moab sotto la casa di Omri, una ribellione moabita riuscita e un re di nome Mesa. Differiscono per prospettiva e accento, come avviene di solito nelle iscrizioni regali che esaltano il loro sovrano. C'è anche una questione cronologica: la Bibbia colloca la ribellione dopo la morte di Acab, mentre la stele afferma che Israele occupò il paese di Medeba nei giorni di Omri e per metà dei giorni di suo figlio, quarant'anni, il che sembra porre le prime conquiste di Moab durante il regno di Acab. Tra le soluzioni proposte, figlio potrebbe significare discendente (quindi Ieoram), oppure Mesa avrebbe guadagnato territorio gradualmente prima della rivolta aperta; la questione resta dibattuta. Alcuni studiosi, in particolare André Lemaire, leggono un riferimento alla casa di Davide alla riga 31, ma la lettura è incerta a causa dei danni della pietra.
3. Passi principali
2 Re 3:4-5 fornisce lo sfondo: un vassallo ricco che smette di pagare il tributo quando muore il potente re Acab. 2 Re 3:13-19 mostra la parola riluttante di Eliseo: parla solo per riguardo a Giosafat, eppure il SIGNORE dà acqua e vittoria, ricordando che Dio agisce per grazia anche tra re compromessi.
2 Re 3:27 è il versetto più discusso. Il testo non dice di chi fosse l'ira che cadde su Israele. Alcuni interpreti pensano che l'orrore del sacrificio abbia provocato un feroce contrattacco moabita; altri, che Israele stesso fu preso da sdegno o sgomento; altri ancora vi vedono il disappunto divino, forse perché la campagna andò oltre ciò che Dio voleva. L'ebraico consente più di una lettura, ed è più saggio lasciare aperta la questione che pretendere certezza. Ciò che è chiaro è che il sacrificio fu un'abominazione: la legge di Dio proibisce espressamente di offrire i figli (Levitico 18:21; Deuteronomio 12:31), e i libri dei Re condannano poi re israeliti che fecero lo stesso (2 Re 16:3; 17:17). Nulla nel passo suggerisce che Chemos avesse un potere reale.
4. Significato teologico
Primo, la storia mostra che Dio governa le nazioni. Il tributo, la ribellione e la sconfitta di Moab si svolgono sotto la sovranità del SIGNORE, come i profeti annunceranno poi nei loro oracoli contro Moab (Isaia 15-16; Geremia 48).
Secondo, svela le tenebre dell'idolatria. Il dio di Mesa pretese la vita di un figlio e non poté salvare. La Bibbia vi contrappone il Dio vivente, che fermò la mano di Abraamo (Genesi 22:12) e che diede il proprio Figlio, non sulle mura di una città per comprarsi una via di fuga militare, ma sulla croce per salvare i peccatori (Romani 8:32).
Terzo, mette in guardia contro i compromessi. Il rimprovero di Eliseo a Ieoram (2 Re 3:13) e la vittoria incompleta mostrano che le alleanze militari non sostituiscono la fedeltà a Dio.
5. Eredità e riferimenti canonici
Oltre a 2 Re 1:1 e 3:4-27, la Bibbia non nomina più il re Mesa, ma la storia successiva di Moab è seguita dai profeti, che menzionano anche Dibon (Isaia 15:2) e Kir-Hareset (Isaia 16:7). La Pietra moabita resta una delle iscrizioni antiche più preziose per gli studi biblici, perché conferma nomi, luoghi e il contesto storico dei libri dei Re.
Da non confondere con altri due uomini chiamati Mesa: un figlio di Caleb, fratello di Ieraeel, e padre di Zif (1 Cronache 2:42; alcune traduzioni seguono il greco e leggono Maresa), e un beniaminita, figlio di Saaraim e di Codes (1 Cronache 8:9). C'è anche un luogo chiamato Mesa, che segna il territorio dei figli di Ioctan (Genesi 10:30), probabilmente in Arabia, la cui posizione esatta è sconosciuta. Questi nomi si scrivono in modo diverso in ebraico.
6. Applicazione per oggi
La storia di Mesa ricorda con sobrietà fin dove arrivano gli uomini quando non conoscono il vero Dio: sacrificano ciò che amano di più a dèi che non possono ascoltare. Molti ancora oggi offrono figli, famiglia e salute sugli altari del successo, della sicurezza o della reputazione. Il vangelo ci chiama lontano da quegli altari, verso il Dio che non pretende i nostri figli, ma ha dato suo Figlio per noi.
Ci ricorda anche che la parola di Dio, pronunciata da un profeta riluttante a re compromessi, si è comunque adempiuta. Confida nella sua parola anche quando le circostanze sono confuse, e cerca non solo vittorie, ma fedeltà.